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DALLA PIRRERA A CHARLEROI
(OMAGGIO AI MINATORI CIANCIANESI
)
olio/acrilico 50 x 70 cm. su tela


 

Recensioni:




Recensione di Angela Chiazza
Non poteva mancare tra le opere di Dino, per la sua sensibilità al dolore sociale, una tela dedicata ai minatori. Con Dalla Pirrera a Charleroi, l’Artista tocca le note giuste per arrivare al cuore di tutti.
La tinge con colori forti per marcarne tutta la sofferenza, attingendo il pennello nei propri ricordi e non solo.
Cianciana: paese di solfatari e viddrani.
Erano 196 le miniere di zolfo della zona che ben presto chiusero, con il conseguente aumento della disoccupazione che si tradusse, in poco tempo, in disperazione e valige
legate con lo spago, appesantite da pochi indumenti e da moltissimi ricordi a cui aggrapparsi quando la solitudine diventava insormontabile.
L’emigrazione, è ricordata dall’artista con la raffigurazione del piede nudo di lu carusu, sporco dalla polvere gialla lasciata dallo zolfo, al centro del quadro, sostituita dalla polvere nera del carbone delle miniere di Charleroi. Polvere maledetta che rimane imprigionata oltre che nelle fessure della suola di gomma dello scarpone, anche nei polmoni, sulla pelle e nel cuore del minatore.
Una nuova triste realtà, fatta ancora di crolli, incendi, allagamenti, labirinti e cunicoli caldissimi, carnai che continuano a seminare morte.
Non c’era famiglia a Cianciana che non avesse un padre, un nonno, un fratello che in un gelido mattino avesse preso il binario che, tante volte era senza ritorno.
Tanti i racconti sulla vita dell’emigrato.
Uno, in particolare, mi ritorna alla mente, osservando questa tela. Una donna, alla Stazione di Marullo, che emigrava in Argentina, che al fischio del treno alla partenza, emise un urlo pieno di dolore, di angoscia di disperazione da coprire il rumore dello stesso treno.
Si soffermerà a lungo il visitatore davanti il quadro Dalla Pirrera a Charleroi, perché molti saranno i ricordi che gli affioreranno alla mente; dai carusi che morivano schiacciati nelle viscere di quella terra che gli aveva negato l’infanzia; alle vedove bianche, che da sole restavano ad occuparsi della casa e dei figli, alla solitudine di chi viveva in terra straniera.
Il blu del cielo lasciato ombrato da qualche nuvola, in alto nel quadro, alle spalle di chi parte, ritorna in basso, in piccolo ma terso e intenso, davanti da chi ritorna, come segno di una speranza, quella speranza che non manca mai nelle opere di Dino.                                                                                                                                                                                                   Angela Chiazza

Recensione di Eugenio Giannone
Olio/acrilico su tela 50 x 70

   Dino Vaccaro pittore! chi l’avrebbe mai detto? Lo sapevo fotografo per diletto, ma che avesse dimestichezza coi pennelli… E’ un’autentica sorpresa, una piacevolissima scoperta che depone a favore del suo estro, della sua fantasia  e della serietà con cui si approccia alle cose. Un degno figlio di Cianciana, dalla quale bisogna partire per ricercare le radici della sua arte, che appare quella d’un naif evoluto. Il quadro riassume la tragedia, individuale e collettiva, d’un’intera comunità (quella ciancianese, appunto), che per più d’un secolo ha legato la sua vicenda esistenziale all’estrazione dello zolfo. Il lavoro dovrebbe essere una benedizione, per molti paesani è stato una maledizione.

   In primo piano due impronte: una di colore giallo (a piede nudo) l’altra di scarpone con i segmenti neri. Il giallo indica lo zolfo delle miniere dove migliaia di ciancianesi (1322 nel 1902) hanno consumato la loro esistenza a picconare e dove i “carusi”, bambini dai 7/8 ai 14 anni, provvedevano a trasportarlo fuori sulle spalle.

   L’impronta nera, che sa di carbone, indica non il cammino della speranza, ma un’altra disperazione: il viaggio verso Marcinelle (ma anche verso i bacini minerari francesi e tedeschi), dove l’8 agosto 1956 si consumò una delle più incredibili tragedie minerarie dell’Europa occidentale e dove perirono 262 minatori, di cui 136 siciliani, che avevano risposto con l’emigrazione (altro dramma) alla chiusura delle zolfare (l’ultima, a Cianciana, nel 1962; il 1° maggio, festa del lavoro!).

Sulla sinistra della tela alcune fasi della lavorazione del biondo minerale con quel rosso che sa di sangue; sulla destra il trasporto, in vagoni spinti a braccia, del carbone, nero come la pece a simboleggiare le tragedie che in miniera si consumano, anche per fuga di gas tossici, e causano lutti annuncianti una fame ancora più tetra degli abiti indossati dalla donna che afferra i figli.

  Non aveva abbondato di fantasia  G. De Maupassant  quando, per descrivere la zolfara, ricorse alla metafora dell’inferno, un inferno non di morti ma di vivi.

   Si nota nel quadro tutta l’umana sofferenza e partecipazione emotiva dell’Autore alle tribolazioni di questi derelitti; gli stessi colori, ora chiari ora scuri con quel cielo lontano, dicono che non si può (e non si deve) rimanere insensibili dinanzi a questi “spettacoli” lesivi della dignità umana e soprattutto che bisogna conservare memoria di ciò che siamo stati. La pittura come storia, dunque. Grazie, Dino!              
 Eugenio Giannone




Nota di Francesco Taormina
Le immagini del tuo ultimo lavoro che proponi vedono nella zona centrale due impronte: il piede nudo giallo dello zolfo e l'impronta dello scarpone di carbone di "marcinelle".Tra di esse il viaggio del minatore seguito da moglie e figli, con alle mani valige di cartone. A sinistra si ha una lavorazione arcaica, a destra radicata sulla modernità (motocompressore).Di notevole interesse è il cielo blu che emerge tra il minatore zolfo e quello carbone. Nondimeno il cielo blu delle due figure in basso a destra anonime, che camminano per un ritorno, fra tetti rossi.                                                                                                                                                                                                                              Francesco Taormina


Gaspare D'Angelo
Dino Vaccaro è sempre stata una persona eclettica. Ecco perché non mi sorprende vederlo nei panni dell'artista dalla pennellata decisa. Ci conosciamo e siamo amici da sempre; ricordo il suo fondamentale contributo creativo per Radio Onda Libera e l'ARCI di Cianciana sin dalla fine degli anni Settanta. Dino ha sempre saputo trasformare il gaberiano concetto di idea in pratica sociale, dall'astratto al concreto. E, come in questo caso, sa bene invertire i termini concettuali passando, con successo, dal concreto sociale ad una forma di rappresentazione figurativa. Dalla Pirrera a Charleroi è l'opera di Vaccaro che più mi ha colpito. Noi Ciancianesi lo zolfo l'abbiamo nel sangue (entrambi i miei nonni erano surfarara); chi non ha sentito parlare delle sofferenze dei minatori che si calavano, sovente nudi, per estrarre quel tozzo di pane  quotidiano? E, quando a Cianciana le miniere furono chiuse, molti continuarono a corrodersi i polmoni nelle viscere di un'altra miniera in Belgio, nel distretto minerario di Charleroi. In quest'opera Dino sa rappresentare tutto ciò con gran maestria.




“DALLA PIRRERA A CHARLEROI” Olio/acrilico su tela 50 x 70
Recenzione
Prof. Alfonso Cicchirillo

L'opera e stata presentata per la prima volta in occasione della mostra collettiva dedicata all'anniversario della firma del “Protocollo italo-belga” del 1946 in un'area dedicata del museo della grande guerra dell'altopiano di Asiago.
La parte centrale del dipinto è dominata da due impronte: il piede nudo di colore giallo zolfo e l'impronta dello scarpone con i segmenti nero carbone. Se l'artistaavesse voluto suscitare emozioni, si sarebbe potuto limitare alla sola rappresentazione delle due orme. Entrambe le due orme sono rese possibili dalla polvere gialla delle zolfatare, nera nelle miniere di carbone in Belgio è la stessa polvere che respirano i minatori, responsabili delle malattie polmonari a cui andavano incontro. Ma l'artista non vuole suscitare solo emozioni, il suo scopo è anche didattico, aiutare a ricordare e fissare nella memoria, chi questa esperienza l'ha vissuta direttamente o indirettamente, suscitare nelle nuove generazioni l'interesse per la storia di sofferenza e dolore vissuta nelle miniere da una larga fascia della popolazione ciancianese. Quello che l'artista rappresenta è il frutto dei racconti del nonno materno ( minatore nelle zolfare e nelle miniere di carbone) a cui Dino era molto legato. L'opera si sviluppa attorno al nucleo centrale delle due orme: - La parte sinistra descrive le condizioni di vita e la lavorazione dello zolfonelle zolfatare. - La parte destra descrive la vita nelle miniere di carbone. L'opera può essere letta in termini di simmetria delle situazioni, non geometrica. A sinistra prevale il giallo dello zolfo, la fatica del trasporto in spalla del materiale da portare in superficie con strumenti principali molto semplici: mazza e piccone, viene rappresentata la lavorazione dello zolfo, evidente con una macchia rossa dello zolfo fuso. Sul lato destro gli strumenti di laviro sono tecnologici, il motocompressore, casco sicurezza con lampada … malgrado tutto lavorare in questo contesto la durezza del lavoro, questa parte è dominata dal nero e diverse tonalità di grigio. In entrambe le sezioni si intravede l'azzurro, a sinistra e legato al minatore che lascia la sua terra, la famiglia, i suoi affettiper cercare lavoro in una terra lontana. A destra in basso, l'azzurro si intravede all'uscita della miniera ...