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Dino Vaccaro

impressioni della memoria



Antonio Dubois - Carnàla (Official Video)

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Carnàla

Epopea di un’infanzia vissuta nell’inferno della zolfara

Autore: Dino Vaccaro

Tecnica: Olio e Zolfo su tela 40 x 50 

Recensione di Eugenio Giannone

“Carnàla e no surfara t’he chiamari, carnala, no di morti ma di vivi”

 

(A.Di Giovanni, Sonetti della zolfara,in Voci del feudo, Palermo 1938)

 

“Carnala”, Dino Vaccaro sintetizza molto bene una pagina di storia economico-sociale tra le più emblematiche della Sicilia.

Il lavoro è una benedizione ma per generazioni di Ciancianesi (e non solo) è stato una dannazione, la negazione della loro dignità e della loro essenza di uomini con un abbrutimento e uno sfruttamento che ancor oggi gridano vendetta. Non stupisce, quindi, che proprio il poeta Alessio Di Giovanni, figlio di proprietari di miniera di zolfo, la battezzasse carnàla (carnaio).

 

   Il quadro è - dicevamo - una pagina di storia e si presta ad una facile lettura.

Esso vede in primo piano un caruso con sulle spalle uno stirraturi pieno di ganga, poggiato sulla chiumazzata per alleviare un carico impossibile per fanciulli di 7/15 anni (e forse più, perché si poteva rimanere carusi per tutta la vita non saldando il famigerato soccorso morto).  Altre immagini sintetizzano le fasi del suo duro e penoso lavoro. Il caruso era l’anello più debole del lavoro in miniera ma non per questo meno importante. Esistendo una vasta letteratura in materia, riteniamo superfluo indugiarvi. A sinistra un banco di scuola con appoggiato un cuculiolu (cerchio) e un rampino a denunciare l’infanzia violata di un bambino cui sono state negate dal bisogno l’istruzione primaria e la spensieratezza con la dolcezza dei giochi. Al centro un altro caruso con un’acetilene in mano: c’è un errore, un errore di bontà: Dino gli ha messo le scarpe! Il fanciullo sembra dirigersi verso il forno in cui avveniva la fusione del minerale per ricavarne “balate” (accatastate al centro) o verso il boccaporto (vucca), della zolfara, che abbiamo definito inferno dei vivi. A sinistra, accanto alla vucca, dei ginisara. Infine, sulla destra, sopra il piccone – strumento di lavoro indispensabile per il pirriaturi, il biondo di una ginestra, l’unica pianta che cresceva in quelle lande brulle e che ingentiliva quel luogo triste, dove anche le donne prestarono la loro manovalanza e altro (costrette!)

   La pittura come memoria e come denuncia d’una particolare temperie. Certo, oggi i carusi non esistono più ma quanti sono i fanciulli, nel mondo, che subiscono violenza e sfruttamento per un tozzo di pane amaro?

   E’ questa la pittura che ci piace perché fa cultura, memoria e ci inchioda alle nostre radici, alle nostre responsabilità costringendoci a meditare sulla sorte di chi ci ha preceduto e dei nostri simili.

_______

Alessio Di Giovanni (1872-1946) è considerato il più grande poeta dialettale della I^ metà del ‘900.

Stirraturi: recipiente dalla capacitàdi 25/30 kg di materiale estrattivo che il caruso collocava sulle spalle, trasportandolo dal punto di estrazione a quello, fuori, di raccolta (bastarella).

Chiumazzata: sorta di cuscino o straccio arrotolato che il caruso collocava sulle spalle e su cui poggiava lo stirraturi.

Soccorso morto: specie d’anticipo in generi di prima necessità alla famiglia del caruso in cambio di quanto il piccolo infelice avrebbe potuto guadagnare lavorando

Cuculiolu: cerchio di ferro; da cuculiari: rotolare, girare.

Balate: pni di zolfo a forma di tronco di piamide.

Ginisara: ammassi della ganga sterile, dopo che era stata bruciata per separarla dal minerale zofifero.

Pirriaturi: lo zolfataro.

Sulla zolfara cfr. il nostro Eugenio Giannone, Zolfara, inferno dei vivi, ARCI Valplatani - Regione Siciliana, Palermo 1993.


 

 Recensione di Angela Chiazza. 
Di fronte ai quadri di Dino ritorni per soffermarti a cogliere ogni particolare che rivela e testimonia una realtà passata. Davanti a “Carnala” vieni attratto dal soggetto centrale del dipinto: gli occhi di un bambino che, come un sasso gettato nell’acqua, forma dei cerchi all’infinito. Lo sguardo del caruso invita l’osservatore ad allargarsi su tutta la tela ed espandersi attraverso il tempo e lo spazio, per tutte le generazioni. Sembra sussurrare: «Guardami, non passare oltre. Soffermati e guarda. Nei miei occhi c’è un triste passato che può servire al tuo presente. Guardami, non puoi ignorare ciò che ho vissuto. Se io fossi vissuto nel tuo tempo e tu nel mio...se potessimo scambiarci le esperienze, io prenderei parte dei tuoi sorrisi, sul mio viso cancellati, e tu testimonianza del mio dolore, affinché non accada più. Si può, attraverso i miei occhi. Guardami. Vedi i miei occhi, attraversali e rivedi ciò è stato. Hanno rubato la mia infanzia, mi hanno sradicato ai baci di mia madre. Le mie lacrime si sono consumate insieme alle sue. Non ho più padre, non ho più madre, non ho più casa. La mia vita è data in pegno che solo io posso riscattare(1). Ora il mio padrone è mio padre, la mia resistenza è mia madre, la zolfara la mia casa. Non ho più età, non ho più un nome, ora mi chiamano carusu. La mia pelle e' bruciata dalla polvere dello zolfo, grisou lo chiamano, che arde fuori e dentro me. (2), Nasconde anche il colore del mio viso gonfio dei cazzotti della ribellione, hanno fatto di tutta la mia carne sfogo di animali istinti. Guardami, la mia bocca ancora profuma di latte e loro mi hanno dato da mangiare sale; mi hanno denudato e hanno coperto la mia intimità con uno straccio. Guarda, lì c’è il mio banco, che rimarrà vuoto perché mi hanno rubato il sapere e con esso il diritto di difendermi. Guarda, più in là sta il mio gioco, strappato alle mie mani insieme alla mia ingenuità ed ai miei sogni. Al suo posto mi hanno dato una pezza per difendere le mie esili spalle e un paniere da riempire, ogni giorno più pesante. Tengo stretto nelle narici l’odore delle ginestre: mi accompagna per un breve tratto, mi dà forza e speranza, mentre le mie fragili gambe scendono all’interno di quel buco nero. Poi il fetore forte dello zolfo cancella tutto. I miei occhi si abituano a fatica alla luce delle citalene. La paura si fa largo dentro al petto, sale e stringe la mia gola; il calore asciuga le mie lacrime, ma non il sudore freddo che scende lungo la schiena. Più scendo e più brucia ogni ricordo che sta fuori. Corpi nudi, irriconoscibili sembianze umane, mi passano accanto: una carnala. Alcuni sono contenti, si sentono uomini. Io desidero ritornare ad essere un bambino. Molti scappano, altri muoiono, ingoiati da una frana o traditi dalle forze. Il tanfo della morte è fuori e dentro di noi. Le mie dita non hanno più unghie e le mie mani diventano callose, come il mio cuore. Dai piedi scalzi sgorga dalle piaghe il mio sangue che colora di rosso lo sterrato. La fame mi attanaglia,le forze si affievoliscono. Quando giunge la sera io scappo fuori: come un animale che di notte diventa predatore, io caccio la luna e le stelle e assaporo l’aria pulita di polvere, di pianti, di urla e di morte. Sai che ancóra nel mondo ci sono bambini con i miei occhi. Bambini anche loro cresciuti presto ed invecchiati mai. Guardami e sii felice perché tu, oggi, sei solo quello che sei: un bambino». Questi sono i quadri di Dino: memoria e testimonianza. 

1) Il “caruso” bambino, spesso in età scolare, che per pochi soldi (chiamato in gergo soccorso morto) viene ceduto dai propri familiari “in affitto” ai picconieri della miniera; i familiari venivano pagati in anticipo per cui si creava un debito che il ragazzo era obbligato ad onorare spesso lavorando come uno schiavo privato di ogni diritto. 
2) È un gas caratteristico delle miniere di carbone e di zolfo, dove, poiché è più leggero dell'aria, si può anche trovare raccolto in sacche isolate nelle parti alte delle gallerie: è detto perciò gas di miniera 



Recensione di Francesco Taormina.

Carnala

Il lungo percorso intrapreso già allora con l’opera “dalla pirrera a Charleroi”, ora si conclude.

La dualogia artistica, si mostra nella sua essenzialità.

Si disse in passato che Dino Vaccaro nel tempo privilegia l’arte pittorica al linguaggio fotografico. Con essa si consente la rappresentazione immaginativa del tempo a ritroso.

Sicché, le immagini immaginate di fatti storici e vissuti sociali, vengono codificati e uniti in una rappresentazione pittorica.

Il Vaccaro con la dualogia compie un lungo cammino. Per

impossessarsene , raccontarlo rappresentandolo, si volge al passato nella ricerca delle radici ontologiche.

E’ voluto, doloroso nella vivificazione dei sentimenti e memorie. Solo così ci dice, riacquistare l’onto-genesi è pur sempre un fatto passato, che si vive attraverso la soppressione dell’io presente, per un io passato che diviene necessariamente futuro.

Sicché “Carnala” si concretizza nella sua centralità, nella figura dello

zolfataro ricurvo sul fanciullo, che con le dita della mano destra penetra il capo del fanciullo stesso. Ma in ciò, nel vissuto mnemonico del dolore, v’è sempre la luce della speranza come lascito di un passato mai riposto, e con l’abbandono dei banchi di scuola.

francesco taormina                                                                

 


 

 

 Commenti:
 Pietro Arfeli Con grande meraviglia ho potuto ammirare questo ultimo dipinto dell'amico Dino Vaccaro, volente o nolente mi riporta indietro -nel tempo- di diversi decenni quando frequentavo ancora le scuole elementari e ricordo che qualcuno dei miei compagni, le cui famiglie erano molto povere, un bel giorno non si presentava in classe.
Solo dopo si veniva a sapere che era andato a fare il caruso nelle zolfare che allora erano in piena attività nel paese. Il quadro visto nella sua interezza mi ha riportato alla mente l'ansia e la paura che c'era nell'aria quando capitava qualche incidente mortale nelle miniere. In pochissimi minuti la notizia arrivava in paese e si espandeva velocemente tanto da non poter contare le persone che si assembravano ai bordi dell'abitato in attesa di vedere arrivare gli zolfatari che portavano a spalla i poveri resti di uno zolfataro a volte persona grande e a volte giovanissimo. Ho fatto volutamente questa premessa per evidenziare subito che il quadro è a mio modesto parere riuscitissimo nell'intento che si era posto l'autore e cioè far rivivere con un colpo d'occhio tanti e antichi momenti del dolore che erano costretti a sopportare sia i carusi che le loro famiglie indigenti. Trapela altresì, il peso fisico dei cestoni e dei sacchi colmi di pietre di zolfo grezzo e nello stesso tempo ti rincuora il poter pensare che oggi tutto questo non esiste più; tempi andati e sepolti, ma non dimenticati e questo pregevole dipinto ne è la prova maestra. Bravo Dino! dico bravo perchè già tempo addietro avevo cominciato con "bravino" per altri dipinti, ma anche questo fa parte del passato; adesso ha acquistato, e si nota, una migliore manualità e un modo più professionale di risolvere la pennellata. Facendo mente locale, son contento di avere intrapreso questo cammino nel seguire l'amico Dino con consigli e incentivazioni per far sì che rimanga sempre attivo nella sua continua e veloce evoluzione pittorica e nel suo stile Naif sempre più performante. Buon Lavoro!


Splendido dipinto di Dino Vaccaro, dedicato alle zolfare ed al duro lavoro che vi veniva svolto, l'artista è riuscito a mostrarci con le sue pennellate la sofferenza dei carusi!!! Davvero ottimo lavoro!!!





 Un'opera affascinante, di Dino Vaccaro, uno stile ed una intensitá che si fa "lirica". Commuove, ricorda, emoziona. Grazie Dino!! Eccellente la recensione di Angela Chiazza, narrante, inequivocabile stile. Anche a Lei un grazie ed un plauso. Eugenio Giannone, storico per eccellenza, grazie.
 

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