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Dino Vaccaro

impressioni della memoria



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«Penso che ognuno di noi non debba limitarsi a svolgere il proprio mestiere, ma debba dare qualcosa: 
l’artista ha qualcosa da dire in più, deve lanciare un messaggio»
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Sulla copertina di una raccolta di racconti c'è un lavoro di Dino, alias Leonardo Vaccaro.

Eccolo, è davanti a me, ed è da un po' che lo guardo. C'è qualcosa che inquieta, o meglio, c'è qualcosa che si tace.

In primo piano, gonfi e colorati, dei peperoni. Che c'è di strano nei peperoni? Ma niente, che c'è, solo che dietro di loro si spalancano abissi. Ed è di questi che vorrei parlare.

A prima vista si direbbe un quadro naturalistico. I peperoni, appunto. Ma lo spazio vuoto che s'apre dietro, e la profondità della teoria di porte una di seguito all'altra, quasi annunciasse da lì, dalle profondità, una rivelazione; e, di sbieco, sull'estremo limitare sinistro della tela, una scalinata che cambia registro spaziale e s'alza, andando verso un chissà dove; e infine gli oggetti, semplici oggetti che hanno però fissità di sculture, un bastone da passeggio, una mantellina, un vaso di fiori, un'ombra...

Ecco, l'ombra. In questo quadro dove tutto è colore in verità domina il nero dell'enigma, regna il mistero dell'ombra. Ogni cosa sembra naturalisticamente chiara ed esposta, quando invece si accenna di quel che sta dietro, o sotto, di quanto dovrebbe emegere dalla profondità del corridoio di porte o subito oltre il muro nero che conclude la scalinata. Ecco quel che si voleva tacere, ecco la ragione della sottile inquietudine. La verità ama nascondersi, parafrasando il celebre la natura ama nascondersi.

E i peperoni? Lucciole in una notte d'estate.

Salvatore Sottile

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