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Dino Vaccaro

impressioni della memoria



Antonio Dubois - Carnàla (Official Video)

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Server Time: 2017-08-16 15:14:06
«Penso che ognuno di noi
non debba limitarsi a svolgere il proprio mestiere, 
ma debba dare qualcosa: 
l’artista ha qualcosa da dire in più,
deve lanciare un messaggio
»
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Scarpette rosse è un omaggio di Dino a tutte le donne.

Donne a cui è stata tolta prematuramente la vita

Donne che ogni giorno muoiono in solitudine, vittime di una violenza anche psicologica che, in molti casi rimane all’interno delle mura domestiche.

Sulla tela esplode il colore rosso, usato dall’artista per attirare maggiormente l'attenzione dell’osservatore sulla piaga del femminicidio.

Al centro un viso sorpreso su cui scende una lacrima di sangue, una bocca semiaperta come a chiedere il perché. Capelli arruffati ed insanguinati che si espandono sull’intera superficie del quadro come a sottolineare l’ampliamento del fenomeno.

Scarpette di bimba vezzose, allineate e pronte ad affrontare il sogno della vita.

Scarpe di donna, vuote, inanimate e rovesciate, come il progetto di vita infranto.

 

Angela Chiazza

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Dino vaccaro lo conosciamo tutti come fotografo, passione alimentata dalla sua innata curiosità, che nel tempo si è trasformata in strumento di ricerca, recupero della memoria, valorizzazione delle tradizioni e oserei dire anche strumento di formazione civica e politica nel momento in cui e riuscito a selezionare i soggetti delle sue foto privilegiando la vita delle persone semplici, immortalando momenti di vita vissuta e luoghi a lui più cari, osservare la realtà, per , stupire, emozionare e raccontare. La mia iniziale meraviglia dovrebbe, in realtà, cedere il passo, a considerazioni: la pittura è lo sbocco naturale della passione per la fotografia che Dino ha alimentato fin dalla adolescenza. La passione per la fotografia continua e si consolida anche quando si trasferisce nel 2001,

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FOTOGRAFO PITTORE DINO VACCARO

E’ ben difficile delineare i tratti di un autore che dalla fotografia privilegia la pittura, pur tuttavia, non più disdegnandola. Dall’immagine segnata in natura e contratta , fissata in un tempo ben determinato e istantaneo, ne vuole trarre un messaggio, un volere, una forma “alter” linguistica.

Dino Vaccaro può essere inserito tra le etichette di autori “naif”; ma l’evoluzione dei casi vuole le conferme dei tempi, pur trattando l’immagine attraverso il fenomeno dell’immaginazione senza l’ausilio di esterni meccanismi, fuori dal completo controllo mentale.

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Dino Vaccaro è sempre stata una persona eclettica. Ecco perché non mi sorprende vederlo nei panni dell'artista dalla pennellata decisa. Ci conosciamo e siamo amici da sempre; ricordo il suo fondamentale contributo creativo per Radio Onda Libera e l'ARCI di Cianciana sin dalla fine degli anni Settanta. Dino ha sempre saputo trasformare il gaberiano concetto di idea in pratica sociale, dall'astratto al concreto. E, come in questo caso, sa bene invertire i termini concettuali passando, con successo, dal concreto sociale ad una forma di rappresentazione figurativa. Dalla Pirrera a Charleroi è l'opera di Vaccaro che più mi ha colpito. Noi Ciancianesi lo zolfo l'abbiamo nel sangue (entrambi i miei nonni erano surfarara); chi non ha sentito parlare delle sofferenze dei minatori che si calavano, sovente nudi, per estrarre quel tozzo di pane

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Shoah - Tempesta devastante - L'Olocausto

27 GENNAIO
Oggi è il giorno della Memoria, per Ricordare fino a che punto l’uomo può umiliare e annientare un altro uomo, suo fratello . Quello che non vorremmo ricordare oggi è  l’indifferenza con la quale tutti quelli che sapevano ,ed erano in molti ….hanno lasciato che si consumasse la più grande vergogna dell’umanità nel cuore della civilissima Europa.  Oggi è il giorno della memoria per tutti noi che sappiamo,e non dobbiamo stare in silenzio di fronte alle guerre ,alle sofferenze ,alle deportazioni dei popoli ,ogni Uomo è nato Libero e ha diritto a una vita dignitosa in pace, nella sua terra. I diritti di tutta l’umanità intera devono essere rispettati,senza differenza alcuna, al di là dei colori o delle religioni, il sangue che scorre nelle nostre vene èrosso per tutti. Siamo fratelli.                                   
                                                                                                                                                                  rosamary

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"Penso che sia una cosa complessa spiegare cosa mi spinge a dipingere, sarà una questione di stati d'animo".
Ed è proprio questo stato d’animo, di dolore, di sofferenza, di angoscia, che in questa tela, Dino, vuole condividere con chi sofferma lo sguardo sul dipinto.
Il patimento che emerge dal dipinto, colpisce all'improvviso come un colpo di frusta, il cui dolore rimane impresso sulla pelle con una cicatrice mai rimarginata, per sempre. 
Ancora tanti simboli si leggono dalle pennellate decise e cariche di colore.
In primo piano, la scena è dominata da una donna il cui viso martoriato, che appena s’ intravede, è coperto da una folta chioma di capelli rossi, che in basso  diventano rivoli che gocciolano sangue che a sua volta si sparge su due fascioni ai quali inerme, piegata su se stessa, si aggrappa .
TEMPESTA DEVASTANTE il titolo dell’opera, questo è stato l olocausto per chi lo ha vissuto sulla propria pelle e per chi, ad oggi, ne vede le immagini e ne legge la triste storia. Ha piegato tutte le coscienze, non c è stato uomo che non ha sentito dentro di se un palpito di colpa, un uomo che non si è chiesto il perchè di tanto orrore che ha causato 15 milioni di morti tra le categorie ritenute "indesiderabili" (omosessuali-zingari-testimoni di geova-handicappati-dissidenti politici) oltre gli ebrei.
 
Ci si chiede perchè Dino sceglie il corpo di una donna per rappresentare la shoa e non quello scheletrico e nudo di un uomo o il viso scavato e sofferente di un bambino.
Guardando attentamente lo scenario nel suo complesso possiamo trovare le risposte.
Il corpo raffigurato, marchiato allo sterminio, i numeri impressi nel braccio lo testimoniano,. non è emaciato, diafano ma  vigoroso Il seno turgido ne da testimonianza.
Sceglie la donna perchè in lei è racchiuso il mistero della procreazione, la vita che nasce, e con la vita la speranza, il domani, il futuro. Dino la dipinge si piegata su se stessa, a rimarcarne ancora una volta la sofferenza, ma nell'atto di rialzarsi come si vede dalle braccia che cercano un appiglio e la gamba pronta a dare slancio al resto del corpo. 
Questo è l’auspicio di un mondo migliore che non manca mai nei quadri di Dino, l’augurio che l umanità reagisca e corra in aiuto a se stessa. Lo dipinge nudo questo corpo,  che in arte ha due significati, talvolta il simbolo del bello, talvolta quello dell'osceno, in questo caso niente di più indecente è stato compiuto dall' uomo verso il proprio fratello, ha proporzioni fisiche asciutte e tornite che, come nell’arte greca che rappresentavano la correttezza e la moralità che l' artista continua a ricercare.
Una riflessione va fatta anche sulla scelta del colore.
Il rosso, questo colore primario che  l’artista largamente usa per dipingere i capelli della donna, le fasce laterali, i tetti del lager .
 
Sarà  perché con  il colore vuole ancora rimarcare gli stati d’animo, rosso è il colore del sangue, della vita che nasce e spesso della morte; ma anche dello spavento e del pudore che inietta le gote degli adolescenti ; della vergogna,  è il contrario del nero e del lutto; è perché è sensuale, impudico, intrepido e ribelle.
 
Il bello del rosso è che attraversa l'occhio, il cuore e la mente di tutti: dei poveri e dei ricchi, dei colti e degli incolti, degli ultimi e dei primi. E' un riferimento simbolico perenne dell'immaginario collettivo universale in grado di attraversare razze e culture, a prescindere dalle epoche storiche.
Inoltre per sottolineare un tratto della personalità dell'artista possiamo dire che preferire il colore rosso rispecchia una persona con grande energia che ama agire e mettersi sempre in competizione con il prossimo e, soprattutto, con se stesso. Ha un carattere audace e desidera sempre colpire l’attenzione degli altri.
Ritornando alla tela un accenno bisogna fare sul resto dei soggetti raffigurati:  il
binario che porta inesorabilmente verso la morte, rimarcando quel senso di rabbia e frustrazione 
Nello sfondo il lager, con la sua torretta di avvistamento che sorveglia come se fosse l’occhio dell’umanità intera che tiene sotto controllo il proprio cuore; una porta aperta sul mare, mare che sembra cielo, lo stesso colore a rappresentarlo come a significare che il senso della ragione di quel periodo funesto era confuso, scomparso come l azzurro che in alto sulla tela sbiadisce.
In basso alla tela, Dino, vuole dare un omaggio all’opera dell’artista SHALECHET, dipingendo le maschere di ferro, (foglie morte) che coprono l’intero pavimento del museo di Berlino, il cui suono stridulo emesso dal calpestio del visitatore, simboleggia le urla di migliaia di uomini donne e bambini morti per mano nazista.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 ANGELA CHIAZZA



Francesco Taormina Se notiamo il caseggiato sullo sfondo orizzonte, dove arriva la linea ferrata, il treno arriverà sul mare infinito. Benchè prostrata, pronta alla morte, travolta da sangue, in figure metalliche addolorate. La donna s'aggrappa al suo sangue. 25/01/2015




Gaspare d'Angelo

Cominciamo col mettere le mani avanti: io non sono un critico d'arte quindi scriverò solamente delle forti emozioni che mi ha trasmesso questo intenso quadro di Dino Vaccaro. La prima cosa che mi ha colpito sono i capelli-fuoco della ragazza in fuga verso la libertà, che vuole lasciarsi alle spalle Auschwitz, in questo quadro i cancelli di Birkenhau. Ma che, purtroppo, rimarrà sempre segnata non tanto e soltanto per i numeri tatuati sul braccio. Il passato mai diventerà remoto e scorre con l'impeto di un torrente in piena. Noi tutti abbiamo letto e sentito i terrificanti racconti di chi c'era.
Questo lavoro di Dino sa portare all'attenzione di chi lo ammira diverse letture e mi chiedo: perché l'autore nasconde il viso dietro folti capelli ? Io credo sia una scelta voluta in quanto quel viso è l'immagine di tutti noi. E' la nostra memoria contro l'oblio e la dimenticanza e basta un gesto per vedere rifiorire le nostre facce dagli addensati capelli. La pennellata di Vaccaro è densa e esplora l'animo umano con naturalezza e con sofferenza.
Quando, un po' di anni fa, mio figlio Dario visitò, con la sua scuola, i luoghi della Memoria mi disse che non era riuscito a fare una foto. A 17 anni riteneva fosse un sacrilegio. Apprezzai tanto la sua scelta. Come apprezzai la scelta dei miei studenti l'anno dopo che decisero di venire ad Auschwitz. Pensavo che alla loro tenera età avrebbero scelto la "classica" gita. E tutto è trasmissione della Memoria. Non tanto fa scriveva Moni Ovadia, che da un po’ di tempo a questa parte sente un crescente disagio e avverte che “il senso autentico della memoria rischia di essere sfregiato e pervertito fino a farlo sprofondare nel fango della falsa coscienza”. Come non essere d’accordo? Basta guardarsi attorno. Chi può negare i rigurgiti di violenza razzista, segni tangibili che la sottocultura e la mentalità nazi-fascista é ancora viva? E allora che ben vengano i libri, i film e le opere d'arti come quella di Dino. Per non dimenticare.
( Gaspare D'Angelo)

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                                   I MANISCALCHI
 
                                                                                     (La putia di li mastri)

                                                                          50 x 70 olio/acrilico su tela



Commento dell'autore:

I maniscalchi di via Salerno, Nino Perzia e Nino Mamo, i due fabbri a suo tempo chiamati anche ferrascecchi, per noi ragazzi vedere forgiare il ferro e ferrare i muli e gli asini era uno spettacolo indescrivibile, ricordo che ci forgiavano la punta della strummula, appena forgiata ancora calda la infilavano nella sfera di legno (che era costruita dal falegname Vincenzo Schiurba) e nasceva la strummula... questo quadro e' dedicato ad Antonino Mamo e Antonino Perzia, persone a cui ero molto legato per la loro professione e il loro carattere e di amicizia tra le famiglie.                                                                                                                                                                                                       Dino Vaccaro
 

Questo quadro dal titolo La Bottega dei Maniscalchi, apre la serie che l’artista Vaccaro dedicherà all’importanza dei mestieri di una volta.

Con un approccio infantile, una rappresentazione favolistica della realtà, piena di dettagli e di elementi decorativi, con la mancanza di regole stilistiche e pittoriche, quale la pittura naif, Dino vuole, ancora una volta sottolineare l’importanza dell’attaccamento alle tradizioni. Al contrario però degli artisti autodidatti che dipingono per sé stessi, per il loro bisogno di esprimersi, Dino sente forte la necessità di far conoscere alle nuove generazioni i mestieri perduti.

La Bottega dei maniscalchi si può paragonare a quella che oggi potrebbe essere un’autofficina e il blu delle tute dei ferracavaddri ricordano quelle dei meccanici di oggi.

I colori forti ne rappresentano la fatica

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DALLA PIRRERA A CHARLEROI
(OMAGGIO AI MINATORI CIANCIANESI
)
olio/acrilico 50 x 70 cm. su tela


 

Recensioni:




Recensione di Angela Chiazza
Non poteva mancare tra le opere di Dino, per la sua sensibilità al dolore sociale, una tela dedicata ai minatori. Con Dalla Pirrera a Charleroi, l’Artista tocca le note giuste per arrivare al cuore di tutti.
La tinge con colori forti per marcarne tutta la sofferenza, attingendo il pennello nei propri ricordi e non solo.
Cianciana: paese di solfatari e viddrani.
Erano 196 le miniere di zolfo della zona che ben presto chiusero, con il conseguente aumento della disoccupazione che si tradusse, in poco tempo, in disperazione e valige
legate con lo spago, appesantite da pochi indumenti e da moltissimi ricordi a cui aggrapparsi quando la solitudine diventava insormontabile.
L’emigrazione, è ricordata dall’artista con la raffigurazione del piede nudo di lu carusu, sporco dalla polvere gialla lasciata dallo zolfo, al centro del quadro, sostituita dalla polvere nera del carbone delle miniere di Charleroi. Polvere maledetta che rimane imprigionata oltre che nelle fessure della suola di gomma dello scarpone, anche nei polmoni, sulla pelle e nel cuore del minatore.
Una nuova triste realtà, fatta ancora di crolli, incendi, allagamenti, labirinti e cunicoli caldissimi, carnai che continuano a seminare morte.
Non c’era famiglia a Cianciana che non avesse un padre, un nonno, un fratello che in un gelido mattino avesse preso il binario che, tante volte era senza ritorno.
Tanti i racconti sulla vita dell’emigrato.
Uno, in particolare, mi ritorna alla mente, osservando questa tela. Una donna, alla Stazione di Marullo, che emigrava in Argentina, che al fischio del treno alla partenza, emise un urlo pieno di dolore, di angoscia di disperazione da coprire il rumore dello stesso treno.
Si soffermerà a lungo il visitatore davanti il quadro Dalla Pirrera a Charleroi, perché molti saranno i ricordi che gli affioreranno alla mente; dai carusi che morivano schiacciati nelle viscere di quella terra che gli aveva negato l’infanzia; alle vedove bianche, che da sole restavano ad occuparsi della casa e dei figli, alla solitudine di chi viveva in terra straniera.
Il blu del cielo lasciato ombrato da qualche nuvola, in alto nel quadro, alle spalle di chi parte, ritorna in basso, in piccolo ma terso e intenso, davanti da chi ritorna, come segno di una speranza, quella speranza che non manca mai nelle opere di Dino.                                                                                                                                                                                                   Angela Chiazza

Recensione di Eugenio Giannone
Olio/acrilico su tela 50 x 70

   Dino Vaccaro pittore! chi l’avrebbe mai detto? Lo sapevo fotografo per diletto, ma che avesse dimestichezza coi pennelli… E’ un’autentica sorpresa, una piacevolissima scoperta che depone a favore del suo estro, della sua fantasia  e della serietà con cui si approccia alle cose. Un degno figlio di Cianciana, dalla quale bisogna partire per ricercare le radici della sua arte, che appare quella d’un naif evoluto. Il quadro riassume la tragedia, individuale e collettiva, d’un’intera comunità (quella ciancianese, appunto), che per più d’un secolo ha legato la sua vicenda esistenziale all’estrazione dello zolfo. Il lavoro dovrebbe essere una benedizione, per molti paesani è stato una maledizione.

   In primo piano due impronte: una di colore giallo (a piede nudo) l’altra di scarpone con i segmenti neri. Il giallo indica lo zolfo delle miniere dove migliaia di ciancianesi (1322 nel 1902) hanno consumato la loro esistenza a picconare e dove i “carusi”, bambini dai 7/8 ai 14 anni, provvedevano a trasportarlo fuori sulle spalle.

   L’impronta nera, che sa di carbone, indica non il cammino della speranza, ma un’altra disperazione: il viaggio verso Marcinelle (ma anche verso i bacini minerari francesi e tedeschi), dove l’8 agosto 1956 si consumò una delle più incredibili tragedie minerarie dell’Europa occidentale e dove perirono 262 minatori, di cui 136 siciliani, che avevano risposto con l’emigrazione (altro dramma) alla chiusura delle zolfare (l’ultima, a Cianciana, nel 1962; il 1° maggio, festa del lavoro!).

Sulla sinistra della tela alcune fasi della lavorazione del biondo minerale con quel rosso che sa di sangue; sulla destra il trasporto, in vagoni spinti a braccia, del carbone, nero come la pece a simboleggiare le tragedie che in miniera si consumano, anche per fuga di gas tossici, e causano lutti annuncianti una fame ancora più tetra degli abiti indossati dalla donna che afferra i figli.

  Non aveva abbondato di fantasia  G. De Maupassant  quando, per descrivere la zolfara, ricorse alla metafora dell’inferno, un inferno non di morti ma di vivi.

   Si nota nel quadro tutta l’umana sofferenza e partecipazione emotiva dell’Autore alle tribolazioni di questi derelitti; gli stessi colori, ora chiari ora scuri con quel cielo lontano, dicono che non si può (e non si deve) rimanere insensibili dinanzi a questi “spettacoli” lesivi della dignità umana e soprattutto che bisogna conservare memoria di ciò che siamo stati. La pittura come storia, dunque. Grazie, Dino!              
 Eugenio Giannone




Nota di Francesco Taormina
Le immagini del tuo ultimo lavoro che proponi vedono nella zona centrale due impronte: il piede nudo giallo dello zolfo e l'impronta dello scarpone di carbone di "marcinelle".Tra di esse il viaggio del minatore seguito da moglie e figli, con alle mani valige di cartone. A sinistra si ha una lavorazione arcaica, a destra radicata sulla modernità (motocompressore).Di notevole interesse è il cielo blu che emerge tra il minatore zolfo e quello carbone. Nondimeno il cielo blu delle due figure in basso a destra anonime, che camminano per un ritorno, fra tetti rossi.                                                                                                                                                                                                                              Francesco Taormina


Gaspare D'Angelo
Dino Vaccaro è sempre stata una persona eclettica. Ecco perché non mi sorprende vederlo nei panni dell'artista dalla pennellata decisa. Ci conosciamo e siamo amici da sempre; ricordo il suo fondamentale contributo creativo per Radio Onda Libera e l'ARCI di Cianciana sin dalla fine degli anni Settanta. Dino ha sempre saputo trasformare il gaberiano concetto di idea in pratica sociale, dall'astratto al concreto. E, come in questo caso, sa bene invertire i termini concettuali passando, con successo, dal concreto sociale ad una forma di rappresentazione figurativa. Dalla Pirrera a Charleroi è l'opera di Vaccaro che più mi ha colpito. Noi Ciancianesi lo zolfo l'abbiamo nel sangue (entrambi i miei nonni erano surfarara); chi non ha sentito parlare delle sofferenze dei minatori che si calavano, sovente nudi, per estrarre quel tozzo di pane  quotidiano? E, quando a Cianciana le miniere furono chiuse, molti continuarono a corrodersi i polmoni nelle viscere di un'altra miniera in Belgio, nel distretto minerario di Charleroi. In quest'opera Dino sa rappresentare tutto ciò con gran maestria.




“DALLA PIRRERA A CHARLEROI” Olio/acrilico su tela 50 x 70
Recenzione
Prof. Alfonso Cicchirillo

L'opera e stata presentata per la prima volta in occasione della mostra collettiva dedicata all'anniversario della firma del “Protocollo italo-belga” del 1946 in un'area dedicata del museo della grande guerra dell'altopiano di Asiago.
La parte centrale del dipinto è dominata da due impronte: il piede nudo di colore giallo zolfo e l'impronta dello scarpone con i segmenti nero carbone. Se l'artistaavesse voluto suscitare emozioni, si sarebbe potuto limitare alla sola rappresentazione delle due orme. Entrambe le due orme sono rese possibili dalla polvere gialla delle zolfatare, nera nelle miniere di carbone in Belgio è la stessa polvere che respirano i minatori, responsabili delle malattie polmonari a cui andavano incontro. Ma l'artista non vuole suscitare solo emozioni, il suo scopo è anche didattico, aiutare a ricordare e fissare nella memoria, chi questa esperienza l'ha vissuta direttamente o indirettamente, suscitare nelle nuove generazioni l'interesse per la storia di sofferenza e dolore vissuta nelle miniere da una larga fascia della popolazione ciancianese. Quello che l'artista rappresenta è il frutto dei racconti del nonno materno ( minatore nelle zolfare e nelle miniere di carbone) a cui Dino era molto legato. L'opera si sviluppa attorno al nucleo centrale delle due orme: - La parte sinistra descrive le condizioni di vita e la lavorazione dello zolfonelle zolfatare. - La parte destra descrive la vita nelle miniere di carbone. L'opera può essere letta in termini di simmetria delle situazioni, non geometrica. A sinistra prevale il giallo dello zolfo, la fatica del trasporto in spalla del materiale da portare in superficie con strumenti principali molto semplici: mazza e piccone, viene rappresentata la lavorazione dello zolfo, evidente con una macchia rossa dello zolfo fuso. Sul lato destro gli strumenti di laviro sono tecnologici, il motocompressore, casco sicurezza con lampada … malgrado tutto lavorare in questo contesto la durezza del lavoro, questa parte è dominata dal nero e diverse tonalità di grigio. In entrambe le sezioni si intravede l'azzurro, a sinistra e legato al minatore che lascia la sua terra, la famiglia, i suoi affettiper cercare lavoro in una terra lontana. A destra in basso, l'azzurro si intravede all'uscita della miniera ...
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SANGUE ROSSO
1° MAGGIO A PORTELLA DELLE GINESTRE

Tutte le opere di Dino sono concatenate da un unico filo conduttore: la  violenza verso il debole che, diventa disperazione, incredulità, richiesta di aiuto e nello stesso tempo speranza di cambiamento.
In tutte le tele emerge il desiderio dell’artista di portare alla memoria i fatti che lo  hanno colpito per non dimenticarli ma sigillarli come insegnamento nelle mente delle nuove generazioni.
L’opera dedicata alla Strage di Portella della Ginestra ne è un’altra testimonianza.
Una festa, quella dei lavoratori, il  primo maggio, ma anche della vittoria che avevano avuto il pci e il psi alle regionali del 20 aprile del  1947, che finisce in tragedia da parte dei partiti conservatori di cui facevano parte i possidenti delle terre che avevano armato le mani dei mafiosi capeggiati da Salvatore Giuliano.
Dino immortala l’episodio,ancora una volta, con colori brillanti, non spenti, “è difficile – dichiara l’artista - imprimere tragedie con colori vivaci, perchè mentre pensi ai colori da usare, ti vengono in mente solo tutte le tonalità dei grigi”, per sottolineare quell’aria di festa che si respirava tra i manifestanti e nella natura stessa, con l’esplosione della fioritura, che la stagione prevede, delle ginestre e del fichidindia.
I sorrisi, le urla di gioia si trasformano in maschere di terrore ed incredulità per quello che stava accadendo che l’artista imprime sui visi in primo piano, sullo sfondo le bandiere rosse s’immischiano al sangue innocente versato, accentuato dall’uomo che nasconde il viso tra le mani per non vedere. La montagna minacciosa sullo sfondo non può nascondere al resto del mondo quello che stava accadendo anzi fa da eco per richiamarne l’attenzione e la zabbara fiorita sulla destra del dipinto rimarca ancora una volta la speranza per una Sicilia capace di rompere quella gabbia di miseria, di mafia, che la opprime da secoli.
Terra che può, anzi che deve rinascere, così come l’Agave i cui fiori e i  frutti per crescere necessitano di tutte le riserve della pianta stessa, che fiorendo, muore dando forza ad una nuova pianta.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      ANGELA CHIAZZA
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Dalla pirrera a Charleroi 

Acrilico/Olio su tela (70x50 cm)

Recensione di Eugenio Giannone

Dino Vaccaro pittore! chi l’avrebbe mai detto? Lo sapevo fotografo per diletto, ma che avesse dimestichezza coi pennelli… E’ un’autentica sorpresa, una piacevolissima scoperta che depone a favore del suo estro, della sua fantasia  e della serietà con cui si approccia alle cose. Un degno figlio di Cianciana,

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ROSA DI SICILIA

Quadro dedicato a Rosa Balisreri ( cantante di musica etnica siciliana)
40 x 50 cm pittura acrilica su tela.


Lo scopo di Dino, come lui stesso afferma è quello di conservare immutati attimi di vita, per poi un giorno ripescarli tra le onde della mente e navigarci.
Uno di questi ricordi riguarda il periodo della sua crescita, quando l’affacciarsi alla vita era collegato con la ribellione, con la contestazione, con la ricerca del cambiamento e della giustizia. Ideali che l’artista condivise con una donna del popolo, a cui bastava un sorriso, una chitarra e un buon bicchiere di vino per trasformare in contenuto poetico, musicale e simbolico il significato politico e culturale di alcune tra le più vecchie canzoni d’amore siciliane: Rosa Balistreri.
Il quadro dedicato a ROSA è un’esplosione di colori vivaci, forti, pennellate precise come a sottolineare attraverso la pittura naif  la personalità della donna,  ritratta mentre con la sua immancabile chitarra canta la sua rabbia, il suo dolore , la sua solitudine ma anche la sua speranza. 
Carico di simboli questo quadro dedicato a Rosa ma anche alla sua terra.
Alle spalle della donna, Dino dipinge i colori della sua Sicilia, non arida, come si conosce, il colore giallo è quasi assente, ma verde e rigogliosa come a sottolineare che il desiderio del cambiamento non deve morire e può cambiare il paesaggio non devastandone le caratteristiche.
Sullo sfondo l’attenzione di chi guarda è catturata da un grande sole  che sovrasta sulla luna quasi a voler ribadire che il sorgere di un nuovo giorno è speranza sulla rassegnazione, che la vita  sovrasta la morte,  che la luce squarcia le tenebre, qualsiasi esse siano.
Ancora simboli: In primo piano Dino dipinge una rosa, un fiore che pur crescendo tra le spine conserva la sua bellezza, come a sottolineare quella che è stata la vita della Balistreri, che nonostante i tormenti che l’hanno caratterizzata è riuscita a conservare la sua bellezza interiore e la sua dolcezza che, ancora l’artista sottolinea con il fiore di mandorlo delicato e trasformarsi in un dolce frutto.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    ANGELA CHIAZZA

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Dino Vaccaro è, per me, il maestro di una pittura intrisa di esistenza che, potremmo dire, corre sul passo stesso degli umori e dei sentimenti di ogni giorno, si formula sull'esperienza quotidiana di emozioni in rapporto con le cose e con i fatti individuali e sociali.

Ma la pittura di Vaccaro può essere scissa nelle produzioni di due distinti periodi. I suoi primi lavori sembrano essere una rivisitazione emozionale della fanciullezza, il tentativo di personificarla, di catturane con il gesto del dipingere l’aspetto più puro: di comunicarne la meraviglia dell’innocenza.

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