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Dino Vaccaro

impressioni della memoria



Antonio Dubois - Carnàla (Official Video)

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«Penso che ognuno di noi
non debba limitarsi a svolgere il proprio mestiere, 
ma debba dare qualcosa: 
l’artista ha qualcosa da dire in più,
deve lanciare un messaggio
»
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Il mantello di Baruch, come la tonda cupola del cielo, se disteso ricopre il mondo.

 Si tratta di ventuno racconti, stazioni, o snodi, a cui si aggiungono un introito ed epilogo, che se da un lato mimano i 21 fiorini che occorsero per comprare, alla sua morte, il mantello di lana grezza appartenuto a Baruch Spinoza, dall'altro scandiscono ventuno passaggi nel destino dei giorni di un uomo. Qualunque uomo. E, perciò, di ognuno di noi.

 Bambino, felice ed ignaro; poi, man mano, dubbioso, dolorante ed infine sconfitto.

 A far da intermezzo epifanie, refe che cuce a mano, luce ferma che non può tentennare e che come una tavola da surf sull'oceano sorregge il brulichio e ogni passo che tende all'inciampo.

 Pure, l'una non sarebbe senza l'altro, dacché la rosa, che sempre fiorisce, non lascia mai sole due piccole lepri in amore.

 Salvatore Sottile












“21 fiorini”

Salvatore Sottile

 In quella particolare arte che è la nostra vita, gli incontri sono il sale della terra, il cacio sui maccheroni, acqua fresca in una giornata d'afa. Indeterminabili, e perciò stesso fuori portata dai calcoli dell'ego, restano al riparo di compravendite e affari, lontani da interessi di bottega, aria fresca e libera che rende felici e grati.

 É quanto è successo a questo 21 fiorini.

Dapprima arriva Dino (Leonardo Vaccaro) che, veduto questi racconti, come il nibbio sul topo, se ne è subito appropriato. Qualcosa l'intrigava e, con la maestria che gli è riconosciuta, ha subito prodotto  il gallo che si specchia e il bambino che abbraccia il cane. Tesse la sua tela, frattanto,  ragno insuperabile, coinvolgendo in un'impresa che ha subito avuto chiara il prof. Giuseppe La Rosa e il dott. Francesco Taormina.

 Ora che tutto è concluso e che le pagine riposano, le tavole di Dino illuminano mentre le parole dei due nuovi amici scavano nelle pieghe più segrete del testo, ora, non posso che ringraziare  della loro generosa dedizione questi esemplari tre moschettieri.

Da parte mia non ho altro che quest'opera, che proprio come ad ogni incontro vero, non mi è mai davvero appartenuta.

Trissino, Dicembre 2015.

Salvatore Sottile  

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70° ANNIVERSARIO DALLA SCOMPARSA

Olio su tela 50 x 70 
Alessio Di Giovanni - Cantore Degli Umili.

Nota di Mario Caramazza: L'opera eseguita da Dino Vaccaro, (pittore naif di Cianciana) che ritrae il poeta e drammaturgo ciancianese Alessio Di Giovanni, donata alla Biblioteca Comunale "Paolo Borsellino", è stata accreditata da Wikipedia, come ritratto che ne interpreta fedelmente il Poeta. Un onore per Dino e la nostra comunità.

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Alessio_Di_Giovanni

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Alessio Di Giovanni - Cantore degli umili.
Olio su tela 50 x 70  in esposizione permanente alla biblioteca comunale Paolo Borsellino - Cianciana AG
Realizzato per il 70° dalla morte.

COMMENTI:

Caro Leonardo
Mi sembra molto ben fatto. Il tuo stile si riconosce perfettamente e dà un carattere molto particolare ai tratti del grande verista nostro concittadino.
Bravo! Cari saluti Fausto De Michele


Ciao Dino, omaggiare questo grande Uomo è doveroso... va il mio plauso a te, per questa interessante Opera... storica, ma soprattutto pittorica... Grazie per avermi fatto partecipe! ...  Croce Armonia.

Stupendo! Come Sempre! Grazie Dino  Piercarlo Musso.



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"Carnàla", un brano per ricordare i "carusi" sfruttati nelle zolfare Scritto e composto da Antonio Dubois, con il contributo di Gaspare Vaccaro, un giovane originario di Cianciana, è stato presentato il 12 agosto nel paese dell'Agrigentino “ 
"Il brano nasce da un incontro "vero", e parla di un incontro "immaginario": l'incontro vero è quello di Dubois con il quadro di Dino Vaccaro intitolato "Carnàla"; l'incontro immaginario è quello in sogno fra un bambino contemporaneo ed un suo coetaneo dei primi del Novecento, piccolo minatore delle zolfare siciliane descritte da Dino Vaccaro. Il quadro è una sintesi drammatica della storia di questi mini-schiavi, venduti per poche lire dalle loro famiglie a cavatori di zolfo adulti (i cosiddetti "picconieri"), che ne diventavano in tutto padroni fino al riscatto, anche dopo 8-10 anni di sfruttamento, della cifra pagata ai genitori ("soccorso morto"). Questa prassi si ritrova anche in un dipinto di Guttuso, nelle pagine di Pirandello e Verga, in un film di Aurelio Grimaldi ('La discesa di Aclà a Floristella') e soprattutto nei versi di Alessio Di Giovanni, poeta nativo di Cianciana (AG) e figlio di un proprietario di miniere: è sua l'espressione "carnàla", come "carnaio di piccoli morti viventi". L'attualità sembra confermare, in declinazioni geo-economiche diverse ma non meno drammatiche, il perdurare del fenomeno: piccoli schiavi a cavare minerali preziosi, a tessere tappeti, a cucire maglie e borsette, ad imbracciare fucili più grandi di loro... E polverose Dichiarazioni Universali sui Diritti del Fanciullo, per l'ipocrita coscienza degli adulti."
Il video
https://www.youtube.com/watch?v=Bi0vudCsRDc
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“Ricordando Marcinelle e Cozzo Disi”, è a cura di Piercarlo Musso: l’iniziativa è organizzata dal Centro Studi Cultura e Società.

Questo il Programma:
Martedì 24/05/2016 ore 20:30
Inaugurazione Mostra “Vita e morte nelle miniere”

La mostra, curata da Piercarlo Musso intende ricordare due grandi tragedie minerarie: Cozzo Disi (4 Luglio 1916) e Marcinelle (8 Agosto 1956)
Lavorare in miniera vuol dire fatica e morte; nelle viscere della terra si moriva, e si muore ancora, cercando di estrarre carbone, zolfo e altri minerali.
La zolfara Cozzo Disi e la miniera di carbone di Marcinelle hanno sconvolto la vita di molte famiglie, di molte mogli e di molti figli seminando la morte tra i minatori che nelle loro gallerie lavoravano.
Ricordare gli 89 zolfatari morti a Cozzo Disi vuol anche dire non dimenticare i “carusi”, quei ragazzi che, quasi nudi, lavoravano nelle zolfatare della Sicilia, fatti schiavi dal bisogno.
Rammentare i 136 minatori italiani morti a Marcinelle significa commemorare i molti italiani emigrati che partiti in cerca di un lavoro per sopravvivere, trovavano invece la morte, degli infortuni spesso gravemente invalidanti o la silicosi.
La tragedia di Marcinelle è la più grande della storia dell’emigrazione italiana dopo quella avvenuta negli Stati Uniti, a Monongah, nel 1907 dove morirono 171 compatrioti.

La mostra vuol rendere omaggio, con foto d’epoca, riproduzione di dipinti, poesie, racconti, saggi, articoli e testi di canzoni, a quelle persone che hanno passato la loro vita in quelle bolge, quasi infernali, che sono le miniere.

Quadri di: Croce Armonia, Nino Garajo, Renato Guttuso, Francesco Lo Porta, Angela Melfa, Onofrio Tommaselli, Dino Vaccaro, Salvatore Vitale,

☆ Poesie di: Ignazio Buttitta, Pino Canta, Carmela D’Amato, Placido D’Orto, Alessio Di Giovanni, Alfredo Rutella, Giuseppe Tontodonati,

☆ Racconti di: Andrea Camilleri, Guy De Maupassant, Eugenio Giannone, Louise Hamilton Caico, Carlo Levi, Guido Piovene, Luigi Pirandello, Adolfo Rossi, Leonardo Sciascia, Giovanni Verga, Pino Vicari, Gaston Vuillier, Emile Zola

☆ Saggi di: Salvatore Agrillo, Mario Cassetti, Marina Castiglione, Gustavo Chiesi, Napoleone Colajanni, Iride Peis Concas, Paolo Di Stefano, Giuseppe Fava, Renato Malta, Sir Thomas Oliver, Giuseppe Pitrè, Vittorio Savorini, Rosario Spampinato;

☆ Articoli di: Dino Buzzati, Claudio Giua, Igor Man, Orazio Pedrazzi,

☆ Testi canzoni di: Kalascima, Felice Rindone, Terra e Anima,

La mostra rimarrà aperta sino al 20 giugno, durante la programmazione del Centro Studi Cultura e Società:

· Martedì 24/05/2016 ore 20:30-23:00
· Sabato 28/05/2016 ore 15:30-18:00
· Sabato 28/05/2016 ore 18:00-20:00
· Martedì 31/05/2016 ore 21:00-23:00
· Martedì 07/06/2016 ore 21:00-23:00
· Lunedì 20/06/2016 ore 20:30-23:00

__________________________________________________

★★★


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C’era una volta il vapore | Marcinelle • Storia Viva Sala Conferenze Cultura & Società Via Vigone 52, Torino | Martedì 24 Maggio 2016, a partire dalle ore 20.30 Una serata articolata su due interessanti contributi, legati da un unico tema: L’emigrazione italiana nel mondo. ★★★ “Ricordando Marcinelle e Cozzo Disi”, è a cura di Piercarlo Musso: l’iniziativa è organizzata dal Centro Studi Cultura e Società. Questo il Programma: Martedì 24/05/2016 ore 20:30 Inaugurazione Mostra “Vita e morte nelle miniere” La mostra, curata da Piercarlo Musso intende ricordare due grandi tragedie minerarie: Cozzo Disi (4 Luglio 1916) e Marcinelle (8 Agosto 1956) Lavorare in miniera vuol dire fatica e morte; nelle viscere della terra si moriva, e si muore ancora, cercando di estrarre carbone, zolfo e altri minerali. La zolfara Cozzo Disi e la miniera di carbone di Marcinelle hanno sconvolto la vita di molte famiglie, di molte mogli e di molti figli seminando la morte tra i minatori che nelle loro gallerie lavoravano. Ricordare gli 89 zolfatari morti a Cozzo Disi vuol anche dire non dimenticare i “carusi”, quei ragazzi che, quasi nudi, lavoravano nelle zolfatare della Sicilia, fatti schiavi dal bisogno. Rammentare i 136 minatori italiani morti a Marcinelle significa commemorare i molti italiani emigrati che partiti in cerca di un lavoro per sopravvivere, trovavano invece la morte, degli infortuni spesso gravemente invalidanti o la silicosi. La tragedia di Marcinelle è la più grande della storia dell’emigrazione italiana dopo quella avvenuta negli Stati Uniti, a Monongah, nel 1907 dove morirono 171 compatrioti. La mostra vuol rendere omaggio, con foto d’epoca, riproduzione di dipinti, poesie, racconti, saggi, articoli e testi di canzoni, a quelle persone che hanno passato la loro vita in quelle bolge, quasi infernali, che sono le miniere.
Quadri di: Croce Armonia, Nino Garajo, Renato Guttuso, Francesco Lo Porta, Angela Melfa, Onofrio Tommaselli, Dino Vaccaro,

Leggi tutto: C’ERA UNA VOLTA IL VAPORE...

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"Carnàla"

Epopea di un’infanzia vissuta nell’inferno della zolfara

Autore: Dino Vaccaro
Tecnica: Olio e zolfo su tela 40 x 50

Recensione di Angela Chiazza.
Di fronte ai quadri di Dino ritorni per soffermarti a cogliere ogni particolare che rivela e testimonia una realtà passata. Davanti a “Carnala” vieni attratto dal soggetto centrale del dipinto: gli occhi di un bambino che, come un sasso gettato nell’acqua, forma dei cerchi all’infinito. Lo sguardo del caruso invita l’osservatore ad allargarsi su tutta la tela ed espandersi attraverso il tempo e lo spazio, per tutte le generazioni. Sembra sussurrare: «Guardami, non passare oltre. Soffermati e guarda. Nei miei occhi c’è un triste passato che può servire al tuo presente. Guardami, non puoi ignorare ciò che ho vissuto. Se io fossi vissuto nel tuo tempo e tu nel mio...se potessimo scambiarci le esperienze, io prenderei parte dei tuoi sorrisi, sul mio viso cancellati, e tu testimonianza del mio dolore, affinché non accada più. Si può, attraverso i miei occhi. Guardami. Vedi i miei occhi, attraversali e rivedi ciò è stato. Hanno rubato la mia infanzia, mi hanno sradicato ai baci di mia madre. Le mie lacrime si sono consumate insieme alle sue. Non ho più padre, non ho più madre, non ho più casa. La mia vita è data in pegno che solo io posso riscattare(1). Ora il mio padrone è mio padre, la mia resistenza è mia madre, la zolfara la mia casa. Non ho più età, non ho più un nome, ora mi chiamano carusu. La mia pelle e' bruciata dalla polvere dello zolfo, grisou lo chiamano, che arde fuori e dentro me. (2), Nasconde anche il colore del mio viso gonfio dei cazzotti della ribellione, hanno fatto di tutta la mia carne sfogo di animali istinti. Guardami, la mia bocca ancora profuma di latte e loro mi hanno dato da mangiare sale; mi hanno denudato e hanno coperto la mia intimità con uno straccio. Guarda, lì c’è il mio banco, che rimarrà vuoto perché mi hanno rubato il sapere e con esso il diritto di difendermi. Guarda, più in là sta il mio gioco, strappato alle mie mani insieme alla mia ingenuità ed ai miei sogni. Al suo posto mi hanno dato una pezza per difendere le mie esili spalle e un paniere da riempire, ogni giorno più pesante. Tengo stretto nelle narici l’odore delle ginestre: mi accompagna per un breve tratto, mi dà forza e speranza, mentre le mie fragili gambe scendono all’interno di quel buco nero. Poi il fetore forte dello zolfo cancella tutto. I miei occhi si abituano a fatica alla luce delle citalene. La paura si fa largo dentro al petto, sale e stringe la mia gola; il calore asciuga le mie lacrime, ma non il sudore freddo che scende lungo la schiena. Più scendo e più brucia ogni ricordo che sta fuori. Corpi nudi, irriconoscibili sembianze umane, mi passano accanto: una carnala. Alcuni sono contenti, si sentono uomini. Io desidero ritornare ad essere un bambino. Molti scappano, altri muoiono, ingoiati da una frana o traditi dalle forze. Il tanfo della morte è fuori e dentro di noi. Le mie dita non hanno più unghie e le mie mani diventano callose, come il mio cuore. Dai piedi scalzi sgorga dalle piaghe il mio sangue che colora di rosso lo sterrato. La fame mi attanaglia,le forze si affievoliscono. Quando giunge la sera io scappo fuori: come un animale che di notte diventa predatore, io caccio la luna e le stelle e assaporo l’aria pulita di polvere, di pianti, di urla e di morte. Sai che ancóra nel mondo ci sono bambini con i miei occhi. Bambini anche loro cresciuti presto ed invecchiati mai. Guardami e sii felice perché tu, oggi, sei solo quello che sei: un bambino». Questi sono i quadri di Dino: memoria e testimonianza.

1) Il “caruso” bambino, spesso in età scolare, che per pochi soldi (chiamato in gergo soccorso morto) viene ceduto dai propri familiari “in affitto” ai picconieri della miniera; i familiari venivano pagati in anticipo per cui si creava un debito che il ragazzo era obbligato ad onorare spesso lavorando come uno schiavo privato di ogni diritto.
2) È un gas caratteristico delle miniere di carbone e di zolfo, dove, poiché è più leggero dell'aria, si può anche trovare raccolto in sacche isolate nelle parti alte delle gallerie: è detto perciò gas di miniera



Recensione di Eugenio Giannone

“Carnàla e no surfara t’he chiamari, carnala, no di morti ma di vivi”

(A.Di Giovanni, Sonetti della zolfara,in Voci del feudo, Palermo 1938)

“Carnala”, Dino Vaccaro sintetizza molto bene una pagina di storia economico-sociale tra le più emblematiche della Sicilia.

Il lavoro è una benedizione ma per generazioni di Ciancianesi (e non solo) è stato una dannazione, la negazione della loro dignità e della loro essenza di uomini con un abbrutimento e uno sfruttamento che ancor oggi gridano vendetta. Non stupisce, quindi, che proprio il poeta Alessio Di Giovanni, figlio di proprietari di miniera di zolfo, la battezzasse carnàla (carnaio).

    Il quadro è - dicevamo - una pagina di storia e si presta ad una facile lettura.

Esso vede in primo piano un caruso con sulle spalle uno stirraturi pieno di ganga, poggiato sulla chiumazzata  per alleviare un carico impossibile per fanciulli di 7/15 anni (e forse più, perché si poteva rimanere carusi per tutta la vita non saldando il famigerato soccorso morto).Altre immagini sintetizzano le fasi del suo duro e penoso lavoro. Il caruso era l’anello più debole del lavoro in miniera ma non per questo meno importante. Esistendo una vasta letteratura in materia, riteniamo superfluo indugiarvi. A sinistra un banco di scuola con appoggiato uncuculiolu (cerchio) e un rampino a denunciare l’infanzia violata di un bambino cui sono state negate dal bisogno l’istruzione primaria e la spensieratezza con la dolcezza dei giochi. Al centro un altro caruso con un’acetilene in mano: c’è un errore, un errore di bontà: Dino gli ha messo le scarpe! Il fanciullo sembra dirigersi verso il forno in cui avveniva la fusione del minerale per ricavarne “balate” (accatastate al centro) o verso il boccaporto (vucca), della zolfara, che abbiamo definito inferno dei vivi. A sinistra, accanto alla vucca, dei ginisara. Infine, sulla destra, sopra il piccone – strumento di lavoro indispensabile per il pirriaturi, il biondo di una ginestra, l’unica pianta che cresceva in quelle lande brulle e che ingentiliva quel luogo triste, dove anche le donne prestarono la loro manovalanza e altro (costrette!)

   La pittura come memoria e come denuncia d’una particolare temperie. Certo, oggi i carusi non esistono più ma quanti sono i fanciulli, nel mondo, che subiscono violenza e sfruttamento per un tozzo di pane amaro?

   E’ questa la pittura che ci piace perché fa cultura, memoria e ci inchioda alle nostre radici, alle nostre responsabilità costringendoci a meditare sulla sorte di chi ci ha preceduto e dei nostri simili.

_______

Alessio Di Giovanni (1872-1946) è considerato il più grande poeta dialettale della I^ metà del ‘900.

Stirraturi: recipiente dalla capacitàdi 25/30 kg di materiale estrattivo che il caruso collocava sulle spalle, trasportandolo dal punto di estrazione a quello, fuori, di raccolta (bastarella).

Chiumazzata: sorta di cuscino o straccio arrotolato che il caruso collocava sulle spalle e su cui poggiava lo stirraturi.

Soccorso morto: specie d’anticipo in generi di prima necessità alla famiglia del caruso in cambio di quanto il piccolo infelice avrebbe potuto guadagnare lavorando

Cuculiolu: cerchio di ferro; da cuculiari: rotolare, girare.

Balate: pni di zolfo a forma di tronco di piamide.

Ginisara: ammassi della ganga sterile, dopo che era stata bruciata per separarla dal minerale zofifero.

Pirriaturi: lo zolfataro.

Sulla zolfara cfr. il nostro Eugenio Giannone, Zolfara, inferno dei vivi, ARCI Valplatani - Regione Siciliana, Palermo 1993.

 


 

Recensione di Francesco Taormina 

   Il lungo percorso intrapreso già allora con l’opera “dalla pirrera a Charleroi”, ora si conclude.

La dualogia artistica, si mostra nella sua essenzialità.

Si disse in passato che Dino Vaccaro nel tempo privilegia l’arte pittorica al linguaggio fotografico. Con essa si consente la rappresentazione immaginativa del tempo a ritroso.

Sicché, le immagini immaginate di fatti storici e vissuti sociali, vengono codificati e uniti in una rappresentazione pittorica.

Il Vaccaro con la dualogia compie un lungo cammino. Per

impossessarsene , raccontarlo rappresentandolo, si volge al passato nella ricerca delle radici ontologiche.

E’ voluto, doloroso nella vivificazione dei sentimenti e memorie. Solo così ci dice, riacquistare l’onto-genesi è pur sempre un fatto passato, che si vive attraverso la soppressione dell’io presente, per un io passato che diviene necessariamente futuro.

Sicché “Carnala” si concretizza nella sua centralità, nella figura dello

zolfataro ricurvo sul fanciullo, che con le dita della mano destra penetra il capo del fanciullo stesso. Ma in ciò, nel vissuto mnemonico del dolore, v’è sempre la luce della speranza come lascito di un passato mai riposto, e con l’abbandono dei banchi di scuola.

francesco taormina  


                                                             

 Commenti:

 Pietro Arfeli Con grande meraviglia ho potuto ammirare questo ultimo dipinto dell'amico Dino Vaccaro, volente o nolente mi riporta indietro -nel tempo- di diversi decenni quando frequentavo ancora le scuole elementari e ricordo che qualcuno dei miei compagni, le cui famiglie erano molto povere, un bel giorno non si presentava in classe.

Solo dopo si veniva a sapere che era andato a fare il caruso nelle zolfare che allora erano in piena attività nel paese. Il quadro visto nella sua interezza mi ha riportato alla mente l'ansia e la paura che c'era nell'aria quando capitava qualche incidente mortale nelle miniere. In pochissimi minuti la notizia arrivava in paese e si espandeva velocemente tanto da non poter contare le persone che si assembravano ai bordi dell'abitato in attesa di vedere arrivare gli zolfatari che portavano a spalla i poveri resti di uno zolfataro a volte persona grande e a volte giovanissimo. Ho fatto volutamente questa premessa per evidenziare subito che il quadro è a mio modesto parere riuscitissimo nell'intento che si era posto l'autore e cioè far rivivere con un colpo d'occhio tanti e antichi momenti del dolore che erano costretti a sopportare sia i carusi che le loro famiglie indigenti. Trapela altresì, il peso fisico dei cestoni e dei sacchi colmi di pietre di zolfo grezzo e nello stesso tempo ti rincuora il poter pensare che oggi tutto questo non esiste più; tempi andati e sepolti, ma non dimenticati e questo pregevole dipinto ne è la prova maestra. Bravo Dino! dico bravo perchè già tempo addietro avevo cominciato con "bravino" per altri dipinti, ma anche questo fa parte del passato; adesso ha acquistato, e si nota, una migliore manualità e un modo più professionale di risolvere la pennellata. Facendo mente locale, son contento di avere intrapreso questo cammino nel seguire l'amico Dino con consigli e incentivazioni per far sì che rimanga sempre attivo nella sua continua e veloce evoluzione pittorica e nel suo stile Naif sempre più performante. Buon Lavoro!


Splendido dipinto di Dino Vaccaro, dedicato alle zolfare ed al duro lavoro che vi veniva svolto, l'artista è riuscito a mostrarci con le sue pennellate la sofferenza dei carusi!!! Davvero ottimo lavoro!!!


 Un'opera affascinante, di Dino Vaccaro, uno stile ed una intensitá che si fa "lirica". Commuove, ricorda, emoziona. Grazie Dino!! 

Eccellente la recensione di Angela Chiazza, narrante, inequivocabile stile. Anche a Lei un grazie ed un plauso.
Eugenio Giannone, storico per eccellenza, grazie.

 

 Marisa Linn Bellissimo ...un racconto ad immagini che nulla lascia al caso Ia sofferenza è palpabile e basta soffermarsi sullo sguardo del ragazzo posto al centro in basso in secondo piano per sentire sulla pelle tutto il dramma ...                              https://www.facebook.com/groups/412318915520476/




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Sulla copertina di una raccolta di racconti c'è un lavoro di Dino, alias Leonardo Vaccaro.

Eccolo, è davanti a me, ed è da un po' che lo guardo. C'è qualcosa che inquieta, o meglio, c'è qualcosa che si tace.

In primo piano, gonfi e colorati, dei peperoni. Che c'è di strano nei peperoni? Ma niente, che c'è, solo che dietro di loro si spalancano abissi. Ed è di questi che vorrei parlare.

A prima vista si direbbe un quadro naturalistico. I peperoni, appunto. Ma lo spazio vuoto che s'apre dietro, e la profondità della teoria di porte una di seguito all'altra, quasi annunciasse da lì, dalle profondità, una rivelazione; e, di sbieco, sull'estremo limitare sinistro della tela, una scalinata che cambia registro spaziale e s'alza, andando verso un chissà dove; e infine gli oggetti, semplici oggetti che hanno però fissità di sculture, un bastone da passeggio, una mantellina, un vaso di fiori, un'ombra...

Ecco, l'ombra. In questo quadro dove tutto è colore in verità domina il nero dell'enigma, regna il mistero dell'ombra. Ogni cosa sembra naturalisticamente chiara ed esposta, quando invece si accenna di quel che sta dietro, o sotto, di quanto dovrebbe emegere dalla profondità del corridoio di porte o subito oltre il muro nero che conclude la scalinata. Ecco quel che si voleva tacere, ecco la ragione della sottile inquietudine. La verità ama nascondersi, parafrasando il celebre la natura ama nascondersi.

Leggi tutto: "Cronache su un pittore metafisico". 

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Carnàla

Epopea di un’infanzia vissuta nell’inferno della zolfara

Autore: Dino Vaccaro

Tecnica: Olio e Zolfo su tela 40 x 50 

Recensione di Eugenio Giannone

“Carnàla e no surfara t’he chiamari, carnala, no di morti ma di vivi”

 

(A.Di Giovanni, Sonetti della zolfara,in Voci del feudo, Palermo 1938)

 

“Carnala”, Dino Vaccaro sintetizza molto bene una pagina di storia economico-sociale tra le più emblematiche della Sicilia.

Il lavoro è una benedizione ma per generazioni di Ciancianesi (e non solo) è stato una dannazione, la negazione della loro dignità e della loro essenza di uomini con un abbrutimento e uno sfruttamento che ancor oggi gridano vendetta. Non stupisce, quindi, che proprio il poeta Alessio Di Giovanni, figlio di proprietari di miniera di zolfo, la battezzasse carnàla (carnaio).

Leggi tutto: "Carnàla" - Epopea di un’infanzia vissuta nell’inferno della zolfara -

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13 Agosto 2015
Dino Vaccaro omaggia la nostra città di “Carnàla, epopea di un‟infanzia vissuta nell‟inferno della zolfara”, un suo dipinto sul triste mondo della zolfara che il sindaco Santo Alfano ha fatto riprodurre in gigantografia, in forex e che sarà esposto in modo permanente presso la stanza del sindaco. L‟originale dell‟opera, cm. 40 per 50, è in olio e zolfo su tela. “Carnala” sintetizza efficacemente, attraverso la figura del caruso posta più volte in primo piano, il duro lavoro in miniera e lo sfruttamento di tutti gli addetti all‟estirpazione ( e lavorazione) del biondo minerale che ha caratterizzato la storia di Cianciana. Evidente l'accenno all‟istruzione e all‟infanzia negata. Ne hanno parlato in Municipio, dopo l‟introduzione del sindaco e l‟intervento dello stesso Autore, Pietro Arfeli, che ha tracciato il percorso artistico di Dino, Eugenio Giannone, Gaspare D‟Angelo, Giuseppe la Rosa; mentre Angelo Arcuri ha letto la recensione di Francesco Taormina e Francesco Montalbano ha letto la recensione di Angela Chiazza e recitato “La vista di la surfara” di Alessio Di Giovanni da cui il quadro prende titolo. La Redazione "La Voce di Cianciana"
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Leggi tutto: DINO VACCARO OMAGGIA CIANCIANA DI “CARNALA”

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LA FIONDA - LA GUMMERA
Questo e' il primo di una serie "giochi d strada", non potevo non ricordare LA FIONDA detto da noi " La gummera".
Quando eravamo bambini correvamo a cercare un rametto biforcuto con f
orma di forcella come una "Y" di legno molto robusto (io preferivo il legno di arancio o di ulivo), alle cui estremità si fissava uno o due elastici a seconda di come si voleva impostare la fionda , elastico proveniente dal tagliuzzamento della camera d’aria delle ruote di un'autoveicolo o bicicletta, e per finire una pezza di cuoio, che serviva per contenere,e successivamente lanciare con una certa velocità, un oggetto più o meno piccolo come, (sassolini, pietre e vari materiali racchiusi nella pezzuola). una volta costruita la fionda si creava un bersaglio che solitamente era una bottiglia oppure un barattolo messo su di un muretto e si provava a centrarlo...altro esempio di gioco fatto da se per il quale andavamo matti sia per la costruzione della fionda sia per il seguito inutile dire che si cercava di costruire fionde sempre più grandi e più belle, alla fine il gioco era quello di costruire fionde!!!                          

Dino Vaccaro

Tiro di fionda 
(osservando questo dipinto il fruitore, non senza sorpresa e sconcerto, ha modo di trovarsi in una posizione atipica ad osservare un lancio di fionda e gli occhi di un bimbo colmi della gioia senza compromessi della gioventù).
Giuseppe La Rosa

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